Da Matrix a Joker, c’è anche il cinema dietro l’assalto a Capitol Hill

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito di un più ampio progetto che vede coinvolti i colleghi del Master in Giornalismo Walter Tobagi dell’Università Statale di Milano e i loro blog per sviluppare un’analisi a 360° degli eventi di Capitol Hill. Un lavoro di concerto che ha l’ambizione di raccontare l’assalto al Campidoglio americano dal punto di vista storico, politico, sociale, culturale ed economico senza però trascurarne cause e conseguenze anche sul mondo dell’informazione, dello sport, dell’ambiente, della finanza e tanto altro ancora.

Pillola rossa o pillola blu? Un interrogativo da film di fantascienza, nello specifico The Matrix, che oltre a Neo si saranno posti svariate volte anche i fanatici pro-Trump protagonisti dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio. Ma perché proprio questa domanda? Perché uno degli ingredienti che compongono il mix politico-ideologico a base di complottismo, suprematismo e negazionismo sapientemente distillato in questi anni dall’alt-right a stelle e strisce è appunto il cinema. Ed in particolare un certo filone che vede nelle ambientazioni post-apocalittiche o distopiche, così come nelle vicende a cavallo tra il surreale ed il grottesco, il fulcro della sua narrativa. Non stupisce dunque che, almeno stando a quanto si legge nei forum di Reddit e degli altri canali utilizzati dai membri dei gruppi coinvolti nella vicenda, decine di poster tratti dai film delle sorelle Wachowski o da altre pellicole cult come Fight Club campeggino loro malgrado sui muri delle camere dove sono cresciuti personaggi pittoreschi come l’ormai celebre Sciamano di QAnon, Jake Angeli, o l’uomo immortalato coi piedi sulla scrivania della speaker della Camera Nancy Pelosi.

Jake Angeli, alias “Lo sciamano di QAnon, durante l’assalto a Capital Hill del 6 Gennaio 2020 a Washington (Foto di Win McName/Getty Images)

La retorica del Velo di Maya – «Ricorda, tutto quello che io ti sto offrendo è la verità, niente di più». Con questa frase il mentore Morpheus accoglie nel suo covo un irrequieto hacker di nome Neo mentre gli porge la pillola rossa, che si rivelerà essere l’unico mezzo per scollegarsi dalla simulazione di massa con cui le macchine tengono prigioniera a sua insaputa la razza umana in un fantomatico futuro dove la terra è stata conquistata dall’intelligenza artificiale e le persone vengono letteralmente coltivate per fornire energia tramite il calore dei loro corpi addormentati. Ed è proprio questo il punto: il grande inganno, la verità che viene nascosta dal sistema, la necessità di squarciare il velo di Maya per scoprire «quanto è profonda la tana del Bianconiglio». Se a cavallo tra anni 90’ e 2000 il genio visionario delle sorelle Wachowski ha saputo costruire attorno a questo concetto una stimolante parabola di liberazione individuale e collettiva ed instillare un legittimo scetticismo sui pericoli legati alle derive della digitalizzazione, nei decenni successivi, estrapolato dal contesto storico in cui era nato, quello stesso genio si è invece trasformato nella linfa di una retorica del complotto pericolosa e sovversiva, basata sull’idea di un disegno oscuro che banche, pedofili, liberali, media, i Clinton e soprattutto le donne tramano per nascondere.

Un fotogramma dal film Matrix, 1999, Andy e Larry Wachowski, Warner Brothers

Si chiamano red-pilled, proprio in omaggio al film, i membri della folta comunità globale a base maschile che coltiva una visione politicamente scorretta, ma a loro dire autentica, della società e dei rapporti uomo-donna: differenza biologica, valore di mercato dell’individuo, oggettività della bellezza e potere sessuale del genere femminile sono i loro cavalli di battaglia riassunti nella Teoria LMS (Look, Money, Status). Convinzioni che a volte si accompagnano ad autocommiserazione e disprezzo per sé stessi, sfociando così nel più ampio fenomeno degli incel (involuntary e celibate), ossia uomini bianchi frustrati e spesso emarginati che tramite internet (il fenomeno è nato negli anni ’90 proprio grazie ad un forum sul web) si radicalizzano al punto da arrivare ad incolpare le donne e la società per la loro incapacità di trovare un partner. Tristemente celebre, in questo senso, il caso di Alek Minassian, il sostenitore della “rivoluzione incel” che il 23 aprile 2018 si gettò con un furgone sui passanti del quartiere finanziario di Toronto, Canada, uccidendo 10 persone e ferendone 16, alcune in modo critico. Si tratta, insomma, di un mondo intriso di maschilismo e visioni retrograde sul ruolo della donna che testate come Wired ed Abc insieme ad autori come Alexandra Minna Stern nel suo “Proud Boys and the White Ethnostate”, non hanno esitato in più occasioni ad accostare appunto a quello dei Proud Boys o dei Bogaloo.

Un fiocco di neve intriso di ipocrisia – Se la versione estremista di Matrix è la storia decontestualizzazione di un messaggio, quella dietro a Fight Club, il film di David Fincher del ‘99 tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk, è invece un’operazione di rilettura in chiave ideologica di una trama incentrata originariamente sull’alienazione causata del logorio della via moderna. Nell’intreccio della pellicola un consulente assicurativo archetipo dello yuppie frustrato da una vita di consumismo, ritmi forsennati e stress, diviene amico di un eccentrico produttore di saponette di nome Tyler Durden che lo convince a creare un club di combattimento clandestino. L’uomo si rivelerà però essere nient’altro che una proiezione mentale del protagonista, il cui disagio mentale è ormai arrivato all’estremo, mentre il progetto a cui ha dato vita finirà per prendere le pieghe di una setta estremista fatta di uomini alienati e insoddisfatti, pronti a combattere fino alla morte pur di rovesciare ciò che considerano il loro nemico giurato: l’American way of life.

Una scena tratta dal film Fight Club, 1999, David Fincher, Art Linson

Insomma, il calco di tutte le militarizzazioni di destra che hanno finito con l’assediare Capitol Hill. Le bacheche di questi gruppi sono da anni piene di nickname che omaggiano il Durden interpretato da Brad Pitt. Tanto che anche Richard Spencer, ideologo di riferimento alt-right, ha ripubblicato qualche mese fa sul suo blog un saggio in cui si legge: «Il nostro credo è stato tutto riassunto nel più arrabbiato dei film, Fight Club» e da lì, citando Tyler Durden: «Siamo i figli dimenticati della storia, ci hanno fatto credere che saremmo diventati milionari, celebrità, rockstar, abbiamo capito che non succederà e siamo molto, molto arrabbiati». E perfino lo stesso Trump non esita a fare riferimento, sia pur implicitamente, ad un altro discorso saliente del film: «Tu non sei un delicato e irripetibile fiocco di neve. Tu sei la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione». Peccato che nel repertorio trumpiano il termine snowflake sia stato mistificato per designare in maniera derisoria idee progressiste, femministe, antirazziste e qualunque forma di politicamente corretto. Abitudine, questa, ormai fatta propria anche da Steve Bannon, ex direttore del giornale on-line di estrema destra Breitbart News, dai Proud Boys, oltre che, di nuovo, da tutte le frange del mondo incel.

Dai B-Movie alla Disney – Come non citare poi Breakin’ 2: Electric Boogaloo, un dimenticabile filmetto di danza del 1984 che vent’anni dopo avrebbe dato il nome alle milizie armate in camicia hawaiana sul punto di rapire la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer solo qualche mese fa. Si tratta in questo caso di una gestazione avvenuta in maniera ben più arzigogolata: in principio il titolo del film è diventato un termine slang per indicare i sequel scadenti di qualsiasi cosa; poi ne è derivato immancabilmente un meme, che si è diffuso a macchia d’olio sul web approdando anche nei forum di fanatici delle armi, dove progressivamente è stato associato dagli utenti all’idea di una seconda guerra civile al punto da diventare un vero e proprio brand eversivo. Ma l’apice dell’assurdo si tocca senza dubbio con i Proud Boys, i neofascisti creati dal co-fondatore di Vice Gavin McInnes, che devono il loro nome addirittura ad una canzone scritta per il film d’animazione Disney Aladdin: si tratta del brano “Proud of Your Boy”, all’epoca scartato dal montaggio finale ma che poi ma divenne comunque famoso grazie al musical teatrale del 2011. «Ti renderò fiero del tuo ragazzo, credimi, sono stato cattivo, ma avrai una bella sorpresa», recita un passaggio che il ladruncolo di Agrabah intona alla madre nella piece. Parole dolci che, stando al suo stesso racconto, hanno invece suscitato un moto di disgusto McInnes, che dopo averla sentita per la prima volta alla recita scolastica da un compagno della figlia racconta di aver pensato a quale genitore potesse andare fiero di «figlio così ridicolo», salvo poi scoprire che «ovviamente era stato cresciuto da una madre single». Da qui la vocazione dichiaratamente misogina dei Proud Boys, che non ammettono donne tra i loro membri, prevedono come rito in “iniziazione” il sottoporsi ad un pestaggio e impongono di praticare la masturbazione solo una volta al mese.

Scena tratta da Breaking’2: Elecrtic Bogaloo, 1984, Adolfo Quinones, 1984, TriStar Pictures

Le polemiche su Joker – C’è infine in tempi molto più recenti il caso di Joker, film premiato a Venezia nel 2019 che mette in scena in chiave realistica la genesi del clown-delinquente arcinemico di Batman. Una pellicola acclamata dalla critica che però ha sollevato molte polemiche per via della sua presunta tendenza ad empatizzare con la violenza ed istigare alla rivoluzione sociale. Al punto che anche le forze armate Usa sono intervenute con un memo trapelato nei giorni precedenti l’uscita della pellicola nelle sale per avvertire i militari sulle minacce di sparatorie di massa alle proiezioni. Ancora oggi molti sostengono che il film sia una romanticizzazione della cultura incel. Joker racconta infatti la storia di Arthur Fleck, un aspirante comico malato di mente interpretato da Joaquin Phoenix il cui rifiuto da parte della società lo spinge a intraprendere una vita criminale, dopo essere anche stato respinto sessualmente da una madre single che vive accanto a lui. Un copione molto simile alla storia di tanti giovani bianchi emarginati che si radicalizzano e vanno in giro a compiere sparatorie. I critici non si sono persi questo parallelo, come Richard Lawson di Vanity Fair: [il film] «potrebbe essere una propaganda irresponsabile per gli stessi uomini che patologizza. Joker è celebrativo o inorridito? O, semplicemente, non c’è differenza?». Mentre Stephanie Zacharek per il Time ha mosso una critica simile, definendo Joker «aggressivo e potenzialmente irresponsabile», e sottolineando come la storyline romantica con la vicina di Fleck sia un modo per inquadrare il personaggio come “santo patrono degli incel”. «Il film idolatra e rende affascinante Arthur, anche se scuote la testa, quasi con finta tristezza, per il suo comportamento violento», scrive nello specifico Zacharek.

Una scena tratta dal film Joker, 2019, Todd Philips, Warner Brothers

Accuse che il regista Todd Phillips, così come a loro tempo anche le Wachowski e Palahniuk, ha prontamente smentito. In un’intervista a The Wrap che qualsiasi insinuazione in quel senso sia semplicemente un prodotto della cultura del vittimismo di sinistra. «Non abbiamo fatto il film per provocare», ha dichiarato mentre lo stesso Phoenix gli ha fatto eco dalle pagine di Ign dicendo che «non credo che spetti a un regista insegnare la moralità. «E se non conosci la differenza tra giusto e sbagliato, allora ci sono un sacco di cose che puoi interpretare come vuoi». Ma prescindere dal fatto che tutte queste considerazioni siano legittime o meno, l’attacco a Capitol Hill rappresenta comunque l’ennesima testimonianza di come il cinema, più di qualsiasi altra forma d’arte, abbia il potere di penetrare l’immaginario collettivo ispirando tanto il bene quanto il male.   

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